ambivalente: da che parte pende?

Rieccomi.

Dopo mille secoli di mortorio interiore e poca voglia di scrivere, è successo qualcosa… Forse certe strade si percorrono in contemplazione proprio perché servono ad alimentare le riflessioni del futuro. E poi, ci vuole tempo per raccogliere testimonianze, discussioni e formulare teorie e idee.

Vi ricordate: Perché gli stronzi? e In amore chi fugge…vaffanculo? Beh ho fatto un passo avanti negli identikit .

Vi presento GLI AMBIGUI.

Da questo momento in poi parlerò al singolare e userò il mio caro TU generico, perché mi viene, ma Tu siamo NOI, siamo tutte NOI ( mi perdonino i maschietti. Sono donna e guardo il mondo con i miei occhi, ma ciò non vuol dire che non esistano i corrispettivi. Anzi, se ci fosse un uomo che mi spiega l’ambiguità femminile, sarebbe il massimo, perché si può solo imparare.

L’ambiguo lo becchi in giro, fa una vita normale, come la tua, esce, va nei locali, lo trovi ovunque.

Ti colpirà subito il suo fascino indiscusso.

Incrocerai il suo sguardo e ti perderai nei suoi occhi… Ma sei sicura che stesse guardando te qualunque altra cosa dietro di te? ( stai attenta)

Ad ogni modo sarai colpita e affondata.

L’ambiguo è simpatico.

Va d’accordo con tutti: non sbilancia mai. Non prende decisioni. Scherza con tutti, sempre. Molto. Moltissimo. Troppo. Potresti passare ore ed ore a sentirlo raccontare qualunque cosa. E’ interessante. Affascinante, e ti fa discorsi interessanti.

Continui a guardarlo. E ti convinci: questi tizio è fighissimo, simpaticissimo, interessantissimo. E lo vuoi.

L’ambiguo è gentile.

Molto gentile.

Il giovedì potrebbe anche regalarti un fiore, o farti un complimento.

Ma se il sabato gli mandi un messaggio e gli chiedi come sta, probabilmente ti risponderà 4 giorni  e 19 ore dopo in maniera fredda, distaccata come se lo avessi insultato o peggio: come se fossi una stalker.

Questo ti lascerà perplessa.

Ma lo rivedrai e lui ti sorriderà come se nulla fosse, flirtando con te e facendo discorsi allusivi  che ti faranno sperare in  inviti a cena, o dichiarazioni di eterno amore.

Oppure ti terrà la mano per tutta la sera, e tu aspetterai un bacio a fine serata.

E lo aspetterai….invano.

A volte l’ambiguo prende l’iniziativa, a volte ti lusinga, per poi ignorarti.

Può succede nell’arco di una settimana, di un mese, o di una serata.

Visto così sembra uno psicopatico. Dai, so già che stai pensando a qualcuno!

Qualcuno che ti sembrava interessato e poi … il nulla.

Perché l’ambiguo oscilla.

“tra il gesto di chi afferra e quello di chi si trattiene” per dirla alla Silvestri.

E’ come un’onda.

Ti travolge e si ritira.

Non si sbilancia. MAI.

Cercherai di capire se ti sta friendzonando, o se è interessato, ma se ti infogni in questa impresa, passerai i prossimi 20 anni a cercare di capire qualcosa che non capisce neanche lui. Figuriamoci tu!

Perché l’ambiguità è prima di tutto verso se stesso.

Cosa vuole? non lo sa!

Va bene tutto. O forse nulla. Non lo sa. E mentre cerca di capirlo, ti strascina con sé.

L’ambiguo non ce la fa.

Hai mai pensato a quanto sia necessario avere un minimo di stabilità interiore per prendere una decisione?  Bisogna avere certezze, bisogna, come sempre amarsi quel tanto che basta per sentire cosa conviene fare.

L’ambiguo non ha certezze, l’ambiguo non si ama…o forse si? Non lo sa!

L’ambiguo è…. Jon Snow: NON SA NIENTE.

Si nasconde. Ha delle bellissime maschere che ti faranno perdere la testa…SE E SOLO SE sarai abbastanza nevrotica e masochista da farti staccare la testa.

Perché mia cara…Che problemi ( seri) hai se non ti stufi dopo mezz’ora di una persona del genere?

Ogni volta che parliamo fra donne di ciò che vogliamo alla fine salta sempre fuori: stabilità, sicurezza, protezione, un amore che sia tale ogni giorno, nonostante le difficoltà della vita, equilibrio.

L’ambiguo queste cose non sa neanche cosa siano. Lui sa solo oscillare. Come un pendolo. All’infinito. senza mai fermarsi… Ci ha provato sicuramente, ma non riesce, oscillare è meglio. Se cerchi di fermarlo, si allontanerà. Ti allontanerà. E tu sarai sopraffatta dall’agonia.

Dunque al di là di voler capire quali e quanti traumi esistenziali ha avuto l’ambiguo…concentriamoci su di Te.

TU: CHE PROBLEMI HAI SE INSEGUI GLI AMBIGUI?

Probabilmente anche in questo caso sei affetta da Sindrome di Candy- Candy, credi che  se sta con te, il pendolo si fermerà perché sarai in grado di curarlo, e poi, mi dispiace molto ma devo aggiungere che hai anche …La sindrome di San Francesco. Vuoi dare, dare, dare, dare, dare. Daresti tutto.

Forse perché non hai mai avuto nulla. Ti sei saturata di cose belle dentro che hai, e siccome nessuno le vuole e sono troppe le vuoi dare tutte. E sai che in fondo l’ambiguo non ha nulla.

E hai ragione! Solo che mentre tu vuoi dare tutto, perché sei convinta che riusciresti anche a ricevere… L’ambiguo no.

Non ha niente, non vuole nulla, non sa dare nulla. Lui vuole solo oscillare all’infinito.

E allora, se proprio ti piace andare sull’altalena per tutta la vita, vai pure. Mangiati la delusione, ricopriti di frustrazione  e seguilo.

Altrimenti… Cambia strada!

E ricordati una cosa:  sia stronzo che fuggitivo, con sfumature diverse.

Effetto inferno assicurato!

Al primo segno di ambiguità, scappa! O non scenderai più dalla giostra!

 

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e tu, dove sei?

” La censura alimenta la vergogna, che a sua volta promuove l’ignoranza. E l’ignoranza impedisce il cambiamento”

William Masters.

 

Questa citazione di Masters è presa dalla serie Tv, ma suppongo sia originale.

Ci pensavo in questo periodo… Masters si riferisce alla censura relativamente al sesso, e a tutto ciò che gli gira intorno, ma io, ripensando a questa citazione l’ho associata all’autocensura.

Ognuno di noi, chi più chi meno, si autocensura in svariati contesti contesti sociali.

Magari andiamo ad eventi a cui non abbiamo assolutamente voglia di partecipare, o diciamo di si a cose a cui vorremmo dire no, solo per… “non fare la figura di…quello asociale, tirchio, pigro…” metteteci quello che volete.

Io sono al primo posto! Per non fare la figura della asociale ho cominciato a dire di si a tutto, a proporre, ad organizzare compulsivamente cene, uscite,.. volevo fare tutto gestire tutto.

Poi ho deciso che era arrivato il momento di cambiare.

Seguendo il filo della citazione, quando ci censuriamo, non ci ascoltiamo. Se non ci ascoltiamo che succede?

Succede che piano piano diamo spazio all’ignoranza. Ossia al non sapere più cosa stiamo provando in quel momento. E questo ci fa cadere in un vertice di schemi comportamentali e relazionali che tenderanno sempre a ripetersi.

A volte, durante la libera professione, capita che qualche paziente sia insofferente rispetto alla sua relazione amorosa, e mi descrive situazioni in cui si sente costretto o soffocato, ma non è consapevole.

L’unica domanda che faccio è sempre: tu dove sei in tutto questo?

In qualunque tipo di relazione siamo sempre in due. Lo spazio serve ad entrambi. Entrambi hanno bisogni ed esigenze che meritano di essere espresse, condivise e discusse.

Se ci censuriamo, se non esprimiamo i nostri bisogni, i nostri sentimenti, e non li agiamo, piano piano scompariremo anche dalle relazioni, e il peso della censura, del non sapere più cosa vogliamo e dello schema ci schiaccerà.

Come promuovere un comportamento anticensura?

Facciamoci delle domande. Semplici.

Voglio stare qui, adesso? Voglio fare questa cosa? Mi piace questa cosa? MI sento a mio agio?

Rispondetevi sinceramente e se la risposta è negativa, allora, andate via, non fate quella se non volete farla o non vi piace, se non vi sentite a vostro agio in una situazione, cercate di capire cosa vi fa paura, e fatevi altre domande. Vi aiuterà a capire se è il momento di affrontare o meno determinate situazioni.

All’inizio, agire secondo le proprie esigenze vi sembrerà strano. Iniziate ovviamente da cose piccolissime, un passo alla volta.  E preparatevi, perché le persone che sono abituate a conoscervi in versione censurata sicuramente si indigneranno, diventerete ( ai loro occhi) stronzi, asociali, egoisti. 

Ma ricordatevi una cosa: il cambiamento è solo vostro. Non riguarda nessun altro. Cambiare non significa fare torto a nessuno ma fare del bene a se stessi, e basterà spiegare, esprimere, anche in questo caso come vi sentite, per azzerare i tratti narcisisti che tutti si portano appresso 😛

Se ci provate e non ci riuscite, o avete dei dubbi, parlatene con uno psicologo, è la persona giusta per aiutarvi e supportarvi in un percorso di cambiamento.

Io posso dirvi, da psicologa e da paziente, che da quando ho smesso di censurarmi e di seguire ciò che sento di fare, mi sento veramente leggera 🙂 mi sento meglio, e ho anche meno ansia ( eh sì, anche gli psicologi hanno l’ansia!) . Detto questo, auguro un buon inizio di cambiamento a tutti!

🙂

 

 

STE & LE ALTRE

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Eh si!

Questa volta si parla di teatro. 

Di quel magico posto fatto di legno, un materiale semplice, ma resistente, che assorbe, rilascia e amplifica e contiene emozioni.

L’avevo già detto che “faccio teatro”? ( più che altro faccio laboratori di teatro, ma guai a definirmi attrice, che ne devo mangiare ancora di pastasciutta! Ma è troppo lungo da scrivere per cui abbrevio ma resta fra virgolette 😀 )

Forse si, forse no… chissà…

Sta di fatto che era sulla mensola dei sogni. Ed era un sogno che per molti, moltissimi anni ho lasciato a prendere polvere. Ma si sa, quando dimentichi un sogno, lui non dimentica te, ti viene a cercare e pretende di vivere.

E così è stato. E così …ufficialmente dal 2014, ho cominciato a seguire dei laboratori, e spettacolo dopo spettacolo, ansia dopo ansia, emozione dopo emozione, limite dopo limite sono arrivata ad oggi.

Domenica 26 sono andata in scena per la quarta volta.

E ho pensato alle 4 donne che hanno vissuto dentro di me, 4 donne a cui ho prestato il mio corpo, la mia voce, e un pezzetto d’anima, tanto che ora, pensandoci …credo che un barlume di loro fosse già dentro di me, e mi hanno permesso di accenderlo per farlo brillare.

Oggi è di loro che parlerò, perché ognuna di loro, mi ha insegnato qualcosa, guidata ovviamente dai miei splendidi, cazzutissimi, adorabili maestri. 

Dorotea.  Dorotea  è una donna/bambina senza gambe che sta su un carrellino, con una voce ridicola. Si difende dalla sua deformità prendendo in giro chi ha le gambe, insieme alla sua “gemella” Greta. Ma in fondo non è proprio malvagia. E’ solo diversa, a suo modo…Buffa 🙂 Ed eccolo qui il mio lato predominante. Si, sono buffa, sono maldestra. Ma Dorotea mi ha insegnato a dosare questi aspetti, a renderli più pungenti, e soprattutto…mi ha regalato la possibilità di guardare il mondo da un’altra prospettiva, di muovermi usando solo le braccia, di prendere confidenza con una dimensione nuova. E’ stato il mio primo vero personaggio e le sono molto affezionata.

Giovanna. Lei mi ha fatto tornare indietro nel tempo nonostante avesse 38 anni. Timida, insicura, impacciata, innamorata segretamente di un uomo che non la ricambia. La storia della mia vita insomma! Ma Giovanna è anche gelosia, menzogna, omertà e lutto.  Giovanna è coinvolta in una disgrazia che mi ha portato a rivivere profondamente il mio lutto peggiore, mi ha insegnato che quel dolore farà sempre parte di me, e che da quel dolore può sgorgare energia. Certo senza lasciarsi travolgere. Giovanna, mi ha ricordato chi sono stata, mi ha insegnato ad accogliere e fare pace con una parte del mio passato che non ricordavo volentieri e di cui mi vergognavo e mi ha reso fiera della mia crescita. 

Lavinia. Una scienziata informatica che arriva dal futuro. Una cervellona. Tutto ciò che io non sono mi verrebbe da pensare…ma ripensandoci adesso. Lavinia mi ha aiutata ad accogliere il mio lato da secchiona, il mio lato perfezionista, il mio mio voler fare le cose sempre bene …perché questo mi rassicura e mi aiuta a combattere l’ansia. Prima di lei, ne avevo idea? Non credo.

Selma. A Selma devo molto. Lei è una poliziotta, è una tipa tosta con due palle tante. E ha una tresca proibita con un collega. Il personaggio di Selma non è fisicamente molto femminile. L’uniforme nasconde le curve, la femminilità, e avere un’arma, seppure finta, addosso, si contra un po’ coi miei principi. Ma per amore del teatro si fa anche questo. Il personaggio di Selma mi ha spinto al limite. Perché le sue distanze sociali non sono come le mie. Perché malgrado ci tenga alle regole ne infrange una per amore, sconfinando verso desideri segreti. Selma mi ha detto chi sono, in un certo senso.  Mi ha proposto di accogliere il mio lato forte nelle relazioni, senza farmi sbuffare, ma allo stesso tempo mi ha fatto desiderare e mi ha spinta verso una maggiore femminilità, mi ha messo in contatto diretto con il mio percorso di vita. Mi ha insegnato a non avere fretta e a constatare che c’è tanto da fare, tanto da percorre ancora..ma che la direzione è quella giusta.

Ognuna di queste donne, sono Io, ognuna di loro, era già una piccola luce dentro di me.

Ogni spettacolo si basa su una preparazione di mesi che sfocia verso il copione e verso la ricerca profonda del personaggio.  Loro sono le mie “altre” e altre ancora mi attendono.

Questa è delle grandissime risorse che sto trovando nel “fare teatro”. 

I personaggi sono dentro di noi, e plasmando noi stessi li creiamo. 

Esattamente come Michelangelo faceva con il marmo: liberava la figura dal marmo.

Lo trovo meraviglioso e terapeutico. 

Mi fa stare bene e migliora anche il mio lavoro con i pazienti  ❤

Ogni volta che devo andare in scena mi viene l’ansia, ma poi… appena metto i piedi su quel palco, non esiste più niente intorno a me. Ci sono io, ci sono i miei compagni di scena e c’è l’enorme fiducia che nutro verso di loro. E so che dall’alto della regia ci sono 6 occhi attenti che vegliano su ogni cosa e che saranno pronti a guidarmi, trasformando ogni mio errore in una nuovo interessante viaggio verso nuovi orizzonti e limiti da superare.

“CAMMINAVO LEGGERA…”

9 marzo 2016

“Camminavo leggera…”

Alle 9:20 ho finito il primo turno di dog sitting.

Una bella giornata. Pensare che un’ora prima pioveva. Ero preoccupata per i cani. sarebbero usciti a “pascolare” in giardino per fare i loro bisogni? E poi…Il cielo si è aperto. Un sole bellissimo, incastonato su un cielo terso e azzurro sembrava aprire le porte ad una bella primavera al suo esordio.

Mentre tornavo a casa a piedi, pensavo ai fatti miei.

Ho fatto quella strada miliardi di volte.  L’attraversamento pedonale è diviso in due parti. C’è il semaforo nel mio percorso e anche dall’altra parte della strada perché l’incrocio è ampio. Ma è tutto molto tranquillo. Ottima visibilità,tutto tranquillo.

“Camminavo leggera…”

Pensavo ai fatti miei: adesso torno a casa, mi cambio, vado a pilates, poi passo a comprare 10 mele, e poi torno da cani, così li faccio entrare dentro, poi ritorno a casa a faccio il pranzo… Stasera devo fare un esercizio al laboratorio…vediamo un po’ come lo posso fare…Ho questi tre oggetti….

e poi..ho sentito qualcosa.

Qualcosa mi afferrava sotto le ginocchia.

Ho pensato ” ma che cazz…” Però non ho finito di pensare.

Ho sentito un colpo alla testa.

Poi ho sentito un colpo alla schiena.

Poi ho aperto gli occhi.

Non riuscivo a respirare.

Ero in ginocchio…rivolta verso una macchina dalla quale è uscita una donna sconvolta che gridava non ti ho vista.

Che male la testa! Coff coff. Non ho niente! sto bene!

No, non alzarti, dice le lei echiama l’ambulanza.

Davanti a me c’era la macchina. appena sotto la mia cuffietta. Quella fuxia. Con le treccine di lana, presa a Firenze. Ci tengo molto a quella cuffietta.

Gli occhiali.

Non riesco a prenderli. Oh no! ho perso una lente, è finita nell’altra corsia, se passa una macchina la rompe…

No no, ha sbattuto la testa, ha preso un colpo, venite subito. Come stai? No va bene, aspetti, ci parli lei.

  • Signora mi dica se vuole l’ambulanza.
  • non lo so. ho sbattuto la testa.
  • mi deve dire se vuole che le mandiamo l’ambulanza.
  • Non lo so, non respiro molto bene, ma forse sto bene.
  • Signora le mandiamo l’albulanza per portarla al pronto soccorso si o no?
  • ok. mandatela.

Un signore anziano, intanto si avvicina. E’ alto e ha gli occhiali.

Signora non può stare in mezzo alla strada, venga che la porto via.

MI sollevo.

Che dolore al petto!

Vieni, siediti nella mia macchina, dice la donna.

Mi siedo.

Mi scusi, mi può prendere la lente degli occhiali? è nell’altra corsia.

il telefono.

Mio fratello è al tirocinio. O in biblioteca? SE è in sala operatoria non mi sentirà mai.

CHiamo la mia amica. lo so che non ha la macchina ma le mando un messaggio vocale.

Calma per le prime tre parole: mi hanno investita, poi boh. Comincio a piangere e non lo so se si è capito cosa ho detto. Forse si, perchè lei mi dice che chiamerà un’altra amica. Io provo con mio fratello. Lo chiamo. Mi calmo per le tre parole decisiva: mi hanno investita. Poi piango. Ma lui capisce. Corre da me.

Intanto la donna mi chiede come sto, poi si gira e dice: oddio il vetro!

Era spaccato.

Ho realizzato che quello era il colpo in testa.

L’ambulanza …non so in che tempi sia arrivata.

Il tempo ha perso il suo valore. Sentivo solo il dolore al petto che si irradiava verso la bocca dello stomaco e la paura. Una paura strana che cercava di invadermi la mente.

Ma sapete … è vero quello che dicono. Per un secondo, appena ho messo piede nell’ambulanza ho pesato: meno male che non ho mutande brutte oggi!

Potete ridere 🙂 fa ridere anche a me. Oggi.

Arriva mio fratello. Faccio in tempo a dire a lui e alla donna dove mi portano e poi si parte.

Con tutta calma mi hanno portato all’ospedale M.

Il tizio messaggiava con la fidanzata suppongo.

Io guardavo fuori dal finestrino mentre il dolore al petto stava li a dirmi: morirai qui dentro per una emorragia interna. Morirai qui, da sola, mentre questo tizio barbuto messaggia con la sua ragazza. Le lacrime hanno iniziato a cadere giù dagli occhi. Senza che sentissi alcuno stimolo a piangere. giù, senza controllo. Discrete, una alla volta. Ma pesanti.

Ma poi non sono morta. Sono arrivata al pronto soccorso.E mi hanno preso i dati. Dopo circa 10 o 15 minuti di attesa ( se l’emorraggia ci fosse stata? non so. Se avessi avuto un’emorragia cerebrale? chi se ne frega, bisogna aspettare).

Dopo i dati la pseudo visita.

Entro. Il lettino non c’è.

Portate un lettino.

Mi fanno domande, sono lucida.

La mia più grande fobia è svenire. Non esiste. Ci sono andata vicina varie volte ma il mio corpo, il mio cervello, la mia volontà, non accetta di perdere i sensi. E’ una roba che non può esistere.

Sarebbe stato meglio invece…forse.

Sedia a rotelle e via a fare le lastre. Poi ecografia.

20 minuti? mezz’ora?

Chissà. Entro a fare le lastre.  Mi alzo da sola nonostante i dolori, mi cadono i fazzolettini perché in tutto questo le lacrime hanno continuato a scendere silenziose e calme. Li prendo. Quindi in automatico il tizio delle lastre deduce che non ho nulla di grave.

Dopo le lastre esco e non trovo più la sedia a rotelle. Qualcuno l’ha rapita.

Mi siedo sulle sediette a muro. Sola. Con le mie lacrime e il mal di testa. E il bernoccolo dietro la testa che ogni tanto pizzica fortissimo.

Dopo credo un’ora e mezzo, in preda ad una crisi ipoglicemica e alla nausea, al mal di testa, ai dolori e alla paura, deduco che forse non ho un’emorragia interna altrimenti sarei già morta.

Ho fame. Voglio andare a casa. Nessuno mi calcola.

Mi sento trasparente.

Poi passa un’infermiera che mi guarda in faccia. Non ci voleva molto in effetti….

Lei che cosa fa qui? Cosa sta aspettando?

Le tre paroline magiche: sono stata investita. Aspetto l’ecografia.

Venga con me.

Vado.

La stanza è vuota.

Dopo 10 minuti arrivano medico e specializzandi.

Non sapevano neanche perché fossi li.

Uno pensava che avessi diarrea perchè mi ha chiesto se avevo febbre o vomiti.

L’altra si è messa a cercare la cistifellea invano. Non ce l’ho quindi non l’avrebbe trovata.

Mi mandano via. Dicendomi che non c’erano versamenti.

Ok.

Poi arriva l’infermiere dell’accettazione. Napoletano ( strano vero?) . E mi porta in una saletta con altra gente, in attesa di dimettermi.

Una ragazza con la clavicola fratturata era li buttata senza neanche una benda per tenerle il braccio fermo.

Altre signore, con fratture uguali. In attesa di cosa non si sa.

Dopo mezz’ora mi chiamano.

MI mandano via dicendo che ho il trauma cranico e che devo stare ferma 48 ore. Farmi vedere il giorno dopo dal medico di base e stare attenta.

Peccato che per casini vari non ho ancora fatto il cambio del medico.

Eh allora domani vada negli uffici a portare i documenti.

Ma non dovevo stare ferma a riposo?

Va beh. Addio.

A mai più.

Mal di testa, nausea, glicemia sotto lo zero. Sono le 13:30 e ho fatto colazione alle 7:00. MI scappa pure la pipì e corro in un bagno.

In sala d’attesa, mio fratello e la donna.

Torniamo a casa.

I miei genitori in vacanza in montagna non sapevano nulla.

Meglio chiamarli dopo.

Arriviamo a casa alle 13:40.

Chiamo mio padre.

Alle 13:45 arriva il vicino di casa a controllare se effettivamente sono viva, come ho detto a mio padre.

Seguono poi altre visite per sincerarsi che sia viva.

E lo sono. Lo sono ancora.

Le due settimane successive sono state: medico legale, ortopedico, cambio del medico, lastre, tac, oculista, tac dell’occhio, visite di controllo, collare fisso, collare da dismettere. Dolori alla schiena. Una spalla più alta dell’altra. Scivolamento delle vertebre. Cervicale dritta. Edema della papilla oculare o quello che è…Dormire senza cuscino. Chiudere gli occhi e sentire i tre colpi: gambe, testa, schiena.

All’infinito. In rotazione. Senza fine.

Poteva andare peggio. Sono stata graziata. Se esistono gli angeli della strada so benissimo chi è il mio, e non ho dubbi che mi abbia presa in volo e fatta atterrare in ginocchio, dolcemente.

Non ho un livido alle ginocchia. Non so neanche come ho fatto a finire in ginocchio!

L’unica cosa che so è che sono via. E che poteva andare peggio.

E mi infastidisce l’aggressività della gente contro la donna che mi ha investita. Manco avesse preso la mira!

Credo che il solo fatto di avermi investita sia una cosa orribile. Poverina. Ho anche cercato di tranquillizzarla.

E boh. Lo volevo raccontare perchè rimanesse qui.

Il percorso non è finito. Dopo tre settimane ho ancora dolori alla schiena e devo iniziare la fisioterapia.

Non so bene dove mi porterà tutto questo, ma se è successo e sono qui per raccontarlo, sono sicura che sarà una parte importante del mio percorso, e sto cercando di accoglierla il più possibile.

Però è dura non guidare,non potersi muovere liberamente, non poter fare Pilates, che per me è una cosa importantissima, non potermi muovere a teatro come vorrei…. Ma posso lavorare per fortunae questa è una risorsa … malgrado sia tutta storta, gonfia per il poco movimento e diciamolo…un po’ rattristata, posso ancora fare un sacco di cose.

Chissà forse non ho ancora realizzato bene che cosa è successo. E’ stato tutto veloce, molto veloce.

Ma questa volta ho scelto di non essere sola.

Ho vissuto da sola le più grandi tragedie della mia vita ( questioni di salute dei miei genitori) e non è stato bello, dunque ho pensato che forse in questo caso la solitudine non mi avrebbe aiutata molto, e ho avuto ragione. E’ stato bello sapere che molte persone mi mandavano la loro solidarietà, mi hanno scritto per sapere come stavo, o mi hanno fatto una telefonata.

Forse sto già imparando qualcosa, e forse condividere questa esperienza qui, magari servirà a qualcun altro.

Non ho nascosto i fatti neanche ai pazienti. E sono stati tutti meravigliosi.

Questo è un momento. E’ in divenire, passerà, ma oggi lo fermo. In modo da poterci tornare quando voglio.

E questo anche per dire che non è che a volte si sparisce senza motivo 🙂

Oltre alla mancanza di ispirazione c’era altro!

Che miracolo meraviglioso la vita! ❤

 

PS: il titolo e tema ricorrente “Camminavo leggera” fa parte di un monologo recitato nello spettacolo Veritas, portato in scena da me e i miei compagni a luglio del 2015.

DISTANZE DI SICUREZZA

-distanza di sicurezza

No, non sto parlando di sicurezza stradale.

Oggi, voglio usare questo spazio che per riflettere e pormi delle domande su un fenomeno che io chiamo distanza di sicurezza…ma tra le persone!

Tutto parte da molti anni fa, quando ho visto il film The Village e ho notato che due personaggi del film avevano un comportamento che mio malgrado assumo anche io. La distanza di sicurezza appunto.

Quella irrazionale distanza che creo quando mi piace un ragazzo.

In questo caso, il protagonista, innamorato di una ragazza, smette di toccarla non appena si rende conto che è interessato a lei.

Nel mio caso, se un ragazzo mi piace, non lo calcolo, non lo guardo, non ci parlo non lo tocco, e se lo fa lui…Non lo deve fare, perché mi viene l’extrasistole, e poi non so quanto posso resistere senza respirare!

Così lo evito come la peste e questo pensa che lo schifo.

Il dramma è che evito come la peste anche “gli anti-ragazzi”, ossia quelli che proprio non mi piacciono.

Quindi alla fine, tutti pensano che li schifo.  -_-

Restano gli amici, gli unici che si salvano, perché non mi creano ansia ( ovviamente).

Nel film c’è anche la madre vedova del protagonista che alla fine si rende conto che l’uomo che ama, e da cui è ( anche se crede di no) contraccambiata, non la tocca. Non la tocca MAI.

E il protagonista, Lucius, dice una frase indicativa che suona più o meno così: a volte ci sono gesti che non facciamo perché non vogliamo che gli altri sappiano che desideriamo farli.

A me è capitato anche di “subire” una cosa del genere. All’inizio non ci facevo caso, a ad un certo punto mi sono proprio resa conto che c’era una distanza ( che poi è distanza sociale) molto più lunga rispetto al rapporto che pensavo di avere.

E mi sono chiesta, e mi chiedo ancora…Perché?

Lo chiedo a TE, TU GENERICO, eroe di questo mondo, TU, che rappresenti tutti:

Perché se sei attratto da una persona, te ne allontani? Non dovrebbe accadere proprio il contrario? Se metti sul balcone un vasetto di miele, le api ci annegano dentro!

Ecco…annegare. Morire.

Si fa per proteggersi? Per non annegare nell’attrazione? Perché manifestandola si potrebbe andare in contro ad un rifiuto e farebbe troppo male? Oppure, perché, non riusco a toccarti e basta ma se ti tocco è la fine perché ti sbatto al muro e ti bacio?!

Oppure…Che sia per la paura di perdersi nell’altro? Di disgregarsi?

Quando succede a me, mi dico che ho “vergogna” ( termine inappropriato, dovrei dire imbarazzo, ma visceralmente è vergogna). Mi dico che non posso espormi così al ridicolo. Ecco, i miei pensieri profondi sono questi. Distanza. Non posso assolutamente avvicinarmi, gli aculei escono senza controllo. E se l’altro osa toccarmi, è metamorfosi, da Stè a pezzo di legno che neanche Dafne con Apollo!

Da dove arriva questa paura? E se ne parlano in un film, e se ho subito questo fenomeno, oltre che metterlo in atto, significa che non sono l’unica.

Questo comportamento va oltre ciò che ho studiato sulla comunicazione non verbale. L’attrazione porta una persona ad avvicinarsi senza che se ne renda conto. I gesti si ampliano, e si tocca l’altro quasi sfiorandolo, senza farlo di proposito. Il corpo si protende verso l’altro. Quindi perché mettere la distanza di sicurezza?

Chiedo qui, adesso a me stessa, cosa mai si deve trattenere?

SE chiudo gli occhi e penso a cosa succede se tocco, se mi avvicino, o peggio, se vengo toccata, vedo un vetro fatto a mille pezzi eppure in equilibrio. Un vetro spesso, e duro. Ma fatto a pezzi e poi ricomposto.

Basterebbe forse un respiro troppo vicino a buttarlo giù.

Noi che distanziamo, ci sentiamo così?

Chi ha buttato giù la prima volta il nostro corpo di vetro in modo così forte da romperlo in mille pezzi?

E’ un fenomeno sicuramente interessante.

Certo viverlo è un po’ un incubo perché se uno crede lo schifi quando mai si avvicina a parlarti?

E se anche lo fa e tu diventi un pezzo di legno che se la svigna alla prima occasione, per poi correre dal cardiologo a curare l’extrasistole, come si risolve la questione?

Sono piccoli drammi… a volte non tanto piccoli -_- 

Come si risolve?

La prima cosa che mi viene in mente è la classica terapia espositiva.

Quanti metri posso stare da quella persona senza sentirmi morire, diventare un tronco di pino, o avere un infarto?

Una volta fatto il conto, bisognerà impegnarsi a ad avvicinarsi ogni giorno di un cm, in modo da sentirsi al sicuro.

E poi…Mai smettere di ascoltare, potrebbe anche darsi che la persona da cui ci teniamo a distanza, un giorno decida all’improvviso di tendere una mano, o sbatterci al muro per un bacio più figo di quello fra Nik e Jess.  E allora, sarà la fine. E magari scopriremo che ci si disgrega per diventare altro, altro da noi, dentro di noi, diversi ma sempre Noi. Insieme ad un’altra persona.

Se qualcuno ha testimonianze o consigli su come abbattere le misure di sicurezza, si faccia sentire!

 

NON E’ AMORE

Questa riflessione l’ho buttata giù sul mio profilo fb.

Ho deciso che poteva stare anche qui, perché non fa parte delle solite cazzatine che pubblico per cazzeggiare.

Cosa sia l’Amore non lo so.
Non so neanche se lo scoprirò mai, in questa vita.
Però, tra una brutta esperienza e l’altra ho imparato cosa non è amore.
Non è amore lo schiaffo, lo spintone, o un semplice braccio che si alza con fare di minaccia. Perché la stessa minaccia non è amore.
Non è amore la squalifica, l’insulto gratuito, l’umiliazione.
Non è amore il controllo, il possesso, l’ossessione.
Non è amore la noncuranza, come non è amore l’accondiscendenza.
Non è amore l’intrusività, non è amore se l’altro non mi vede più, non è amore se non c’è ascolto.
Non è amore l’accettazione incondizionata, non è amore se non si cresce.
Non è amore se manca il rispetto, la stima, il desiderio la volontà.
Non è amore se non si condivide.
Non è amore se l’assenza è una presenza di morte interiore.
Questo lo so, questo l’ho imparato.
E prego e spero che in ogni angolo, anche nel più putrido di questo pianeta, lo capiscano anche altre persone.
Perché forse, se sai cosa non è amore, ti proteggi e ti costruisci tu il tuo amore per te stesso/a. E quell’amore vale più di tutto, perché da valore alla tua vita. Una, unica e inimitabile vita che è solo tua.

Stanca

Mi sento veramente stanca.

A parte il silenzio interiore che si è imposessato di me dopo i fatti parigini della scorsa notte, ciò che mi pervade è un senso di profonda stanchezza.

Sono stanca di sentire il mio cuore e il mio cervello quotidianamente disgregati per la marea di notizie preoccupanti e ansiogene che arrivano. Sento proprio il cuore che si lacera, perché…come si fa a non mettersi nei panni di quella gente, dalla Siria al Libano, alla Palestina, all’ Africa che sono parigi tutti i giorni? Io non ce la faccio.

Quindi il cervello si frammenta e anche il cuore e fra ogni frammento di queste parti si insinua un’ansia generale, una preoccupazione, aggravata dai fatti che si restringono dalla Penisola, alla mia Terra e poi sempre ancora più ristretti fino ad arrivare alla mia vita.

Perché in questo marasma ci sono anche io con i cavoli miei, che non sono nulla in confronto…ma contribuiscono a questo stato di preoccupazione perenne.

E allora… La maggior parte delle volte, lo ammetto, si e poi ditemi ciò che volete, ma spengo la Tv. Non ascolto i Tg, non lo guardo. Ascolto le notizie alla radio e quelle che voglio approfondire le leggo sul web perché altrimenti non credo che reggerei.

Oggi però sono stanca. A quasi 35 anni sono già stanca.

Sono stanca delle guerre interminabili, stanca delle notizie manipolate, stanca di vedere in Tv quel branco di maiali sulle poltrone che non fanno altro che parlare e dire cazzate su cazzate, sono stanca degli spauracchi usati per tenere sotto controllo il popolino, sono stanca delle polemiche, sono stanca del terrorrismo, della caccia al petrolio camuffata da democrazia, sono stanca di vedere i bambini morire. Sono stanca dei poligoni militari che stanno uccidendo il mio popolo, sono stanca del razzismo, e dell’omofobia…ma cristosanto…non è roba vecchia? Dovrebbe essere veramente superata nel 2015.

Sono stanca di questa ipocrisia rivoltante secondo cui siamo tutti parigini due volte l’anno ( o magaro londinesi, o berlinesi)  ma guai a mettere nel profilo Fb la bandiera siriana o eritrea o di qualche altre paese africano dove la gente se non muore perché le sparano addosso, muore perché ha fame o perché non ha medicine.  Aveva ragione Orwell: tutti gli animali sono eguali, ma alcuni animali sono più eguali dagli altri.

Sono stanca di sentire dire sempre le stesse cose, si assistere a tutti questi meccanismi che altro non sono che speculazioni o se non sono quello, sono spauracchi.

Tutto per fomentare l’odio. Creare paura per controllare. Uccidere l’amore e il rispetto, uccidere la possibilità per l’altro di essere diverso.

Sono stanca. Veramente stanca.

Stanca di sentirmi una merda perché vivo in una casa bella e sicura e abbastanza lontana dai poligoni militari ( anche i tumori non ce li siamo fatti mancare lo stesso. Meno male il mio era benigno.)

Sono stanca di sentirmi impotente di fronte a questo marasma senza avere appigli.

L’unico appiglio che ho è l’amore per la vita, il rispetto per le altre culture e la voglia di comprendere.

Ma oggi è sceso il silenzio dentro di me. Ha invaso tutto e si è portato dietro il cuore agonizzante per l’ansia incessante che ormai ho da quasi 24 ore.

Non c’è niente che possa dire, idea che possa esprimere o teoria con cui concordo che possa avere alcun effetto. Non adesso.

E’ tutto dentro di me, sepolto dal silenzio e da questa stanchezza. Forse è lei che mi impedisce di parlare. E forse è meglio così.

E vorrei poter chiudere gli occhi senza dover sentire il cuore che rimbomba in tutto il corpo facendomi sentire peggio. Ma no.  Rimbomba tutto.

Sono stanca anche di questo.

E la butto qui questa stanchezza, e non mi interessa se questo sfoga possa farmi apparire “poco professionale” come mi era stato detto anni fa sul mio blog.

Oggi sono solo Stè. E sono stanca di ogni cosa. Punto.

 

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